giovedì 29 ottobre 2009

Prevention in school

In Kenya ci sono tantissime scuole primarie, dalle grandi città ai posti più sperduti. Il livello di qualità di certe scuole meriterebbe un discorso separato e piuttosto lungo, ma di sicuro va apprezzato il tentativo di dare un'istruzione di base ai tanti bambini e ragazzi che popolano questo Paese. Tra le varie iniziative della missione camilliana, c'è anche Awake, un gruppo in buona parte sponsorizzato dal progetto che seguo e che si occupa di prevenzione nelle scuole. C'è poi un gruppo parallelo, Happen, che svolge lo stesso lavoro a livello diocesano, con sede a Rongo. Awake di solito segue questa prassi: contatta i presidi e gli insegnanti delle scuole primarie del territorio [la scuola primaria in Kenya dura otto anni e corrisponde alle scuole elementari più medie italiane] e, se questi accettano, visitano la scuola in questione e incontrano gli alunni. Il programma prevede degli incontri di formazione per tutti e poi si concentra su un gruppo di 25 ragazzi scelti per essere "peer educator", letteralmente "educatori alla pari", anche se educatore è una parola spesso abusata e in questo caso indica semplicemente che questi ragazzi si impegnano a parlare di certi temi ai loro coetanei, in modo informale e con la complicità dell'età e dell'essere compagni di classe. Anche perchè, diciamocelo, gli argomenti sono abbastanza complessi e "rognosi" e si possono riassumere in: sessualità, in senso lato, e malattie sessualmente trasmissibili, primo fra tutti l'HIV/AIDS. Mica 1+1= 2 o ABC.

In this picha: Daniel during the training

Dopo questa doverosa nota introduttiva, eccovi il racconto di un pomeriggio a Karungu. Perchè dietro le belle [e a volte vuote] parole che illustrano i progetti, ci sono le persone, e sono loro a fare la differenza.
Lunedì abbiamo visitato la Koga Primary School, una scuola primaria che si trova a Seka, un villaggio talmente deeply into the bush che per arrivarci ci siamo persi. Vedevamo questo edificio su una piccola collina e giravamo a vuoto per tentare di raggiungerlo. Ad un certo punto Daniel (coordinatore di Awake), è sceso e si è messo a indicarci la via inventando un percorso che solo lui vedeva. Sembrava di essere in "Ogni cosa è illuminata", un bel film che ho rivisto di recente. In una scena, l'anziana signora della casa nel campo di girasoli , accetta di accompagnare i protagonisti in riva al fiume. Ma siccome non è mai salita in un'auto in vita sua e non si fida, decide di andare a piedi. Jonathan e compagni si immergono così nella campagna ucraina, muovendosi davvero "a passo d'uomo", con la cagnetta Sammy Jr. Jr. sul cofano.
Ma torniamo a noi. In macchina ci siamo Mary, l'altra operatrice di Awake; Jackson, un giovane volontario che mi stupirà; Duncan, il driver; ed io. Dopo pochi metri ritroviamo un sentiero e, a un'ora dalla partenza da Karungu, arriviamo alla scuola, dove ci accolgono due giganteschi alberi di Jacaranda carichi dei loro fiori lilla.

In this picha: Koga Primary School

La scuola è stata costruita dalla comunità, ed ora ha ottenuto il riconoscimento di istituto pubblico, finanziato dal governo. La gente di Seka, però, ha tanta buona volontà ma pochissimi soldi. Koga, con i suoi 450 studenti, è una scuola "in progress": dopo aver terminato i lavori per la sala insegnanti e tre classi, le altre cinque sono ancora di fango, sorrette da delle impalcature di legno e con un tetto di lamiera. Di fianco al blocco di mattoni, tre uomini lavorano alle latrine.
Anche l'aula dove si svolgerà la nostra lezione ha i muri, i vetri, la lavagna e poco più: metà dello spazio è occupato da assi di legno per la costruzione, l'altra metà dai banchi.
Ci aspettano il preside, alcuni insegnanti e 25 sorridenti ragazzini in divisa bianco-verde. Sono alcuni dei bambini sponsorizzati dal Dala Kiye, che paga le school fees a 45 orfani di Seka. La scuola, in quanto governativa, ha delle agevolazioni: 6 insegnanti sono pagati dallo Stato e anche parte del materiale didattico. Ma non è abbastanza, e così i genitori (o chi per loro) contribuiscono per pagare lo stipendio ad altri insegnanti e acquistare ciò di cui la scuola ha bisogno. Prima di lasciarli a Daniel, il preside mi presenta e dice che vengo dall'Italia. Allo sguardo a punto di domanda dei ragazzini, rispondiamo con una mappa del mondo, dove indichiamo il BelPaese. La forma a stivale strappa loro una risata divertita.
Seguo la lezione per qualche minuto, poi esco a fare qualche foto accompagnata da Eric, un ragazzino di 16 che frequenta l'ottava classe e parla inglese. Grandi sorrisi, strette di mano e pose buffe si alternano davanti al mio obiettivo.

In this picha: young and smiling students at Koga Primary School :)

Daniel comincia sempre in inglese, ma spesso prosegue in luo, la lingua locale, per essere sicuro che il messaggio arrivi forte e chiaro. Tuttavia, non serve seguire parola per parola per essere trascinati dalla passione e dall'energia di Daniel. Si vede che gli piace quello che fa, e che ci crede. E i ragazzini non gli staccano gli occhi di dosso.
Ma la vera sorpresa della giornata è Jackson, un giovane volontario che mi sembrava fin troppo timido.
Quando comincia a parlare, si trasforma nel Fiorello di Karungu. E' preparato, simpatico, coinvolgente. Parla, si muove, canta, recita una breve scenetta con una ragazza di Koga. Gli studenti ridono e lo seguono. Ma tra una risata e l'altra, affronta cose serissime. E quando dice di stare attenti perche' rischiano una gravidanza, i maschi sorridono imbarazzati e qualcuno fa spallucce, ma le femmine diventano serie. Solo domenica è stata ricoverata una ragazzina per un cesareo. Aveva 15 anni, ma chi l'ha assistita è convinto ne avesse anche meno. E del padre del bambino nemmeno l'ombra.
Jackson ricorda che alla gravidanza quasi sempre segue l'abbandono della scuola. E se a 15 anni ti ritrovi madre e senza un'istruzione, sei fregata. Senza contare il rischio di contrarre l'HIV/AIDS. E non ride più nessuno.

Run, mzungu, run!!

Domenica 25 ottobre si è corsa la 24° maratona di Venezia. I primi tre classificati, [c'è bisogno di dirlo?] sono stati tre kenioti: il primo posto è andato a Komen John, arrivato al traguardo in 02:08:13.
Quando al mattino vado a fare due passi corricchiando, sulla strada del ritorno incontro sempre un gruppetto di bambine che, con le loro divise a quadretti bianche e verdi, vanno alla Kiranda Primary School. "Good morning, Angela", e cominciano a seguirmi. Per loro la scenetta è piuttosto divertente, e mentre io dopo pochi minuti sono bordeux, e vedo sfrecciarmi a fianco Lauren, Christine e Kayla, le bambine mi corrono accanto ridendo e incitandomi "Run, mzungu, run!!" Mi accompagnano fino alla loro scuola, e poi è tutto uno sbracciarsi a salutare, mentre io proseguo verso il St. Camillus.
Da assoluta principiante della corsa, scrivo questo post per congratularmi con il mio runner preferito:

Ico :) :) :) Mitico mio cognato!!!

Cliccate e ammiratelo, è quello con la maglia blu!


domenica 25 ottobre 2009

Aluru Island

E' da un anno e mezzo che la osservo dal compound della missione. Questa isola così vicina e così lontana. L'isola dei pescatori. Aluru.
Oloo, il proprietario della barca, non parla una parola di inglese, ma grazie ad Evans e Daniel concordiamo l'appuntamento e il prezzo. Lo so che mi sta proponendo una cifra azzardata per i suoi standard, ma non mi sembra proprio il tipo che fa il furbo e non contratto più di tanto.
Sabato mattina alle 8.15 scendiamo al lago direttamente dal cancello della missione, dove ci aspetta la nostra verde, gialla e blu Akingi B [akinyi/akingi = nata di mattina, in luo].
Nonostante i bordi frastagliati come tante ferite, l'acqua che entra in quantità allarmante e il motore tisico che invece di ruggire come un leone tossisce come un gattino raffreddato, la barca ci porterà sani e salvi alla meta, e ritorno.
Aluru è a circa 6 km dal St. Camillus, e occorrono almeno 45 minuti per coprire la distanza. Il viaggio è davvero affascinante, soprattutto al mattino presto. Il lago è uno specchio calmo e blu rotto solo dai riflessi del sole che si ammira vanitoso.

In this picha: a deep blue lake Victoria

Di tanto in tanto si incontrano i pescatori che rientrano esausti dalla notte, con il loro carico di omena. Altri invece sono di nuovo al lavoro, alla ricerca della tilapia e del pesce persico. Alcuni usano barche a motore, altri hanno delle vele, spesso logorate dal tempo e dal vento, altri semplicemente remano con braccia tornite dalla fatica e dal movimento alternato del gettare le reti vuote e risollevarle colme di pesci.
Aluru si profila all'orizzonte e le baracche sulle sue sponde luccicano al sole. Prima di attraccare facciamo il giro completo dell'isola, che mostra tutta la sua desolazione. Aluru si può riassumere in tre colori: il marrone della terra, il verde di qualche albero, il grigio delle "case", ma chiamarle così mi sembra un pò eccessivo. Eppure, c'è chi sceglie di vivere qui. Sono soprattutto pescatori di Sori, che preferiscono passare un pò di tempo ad Aluru perchè la pesca è più proficua. A vedere quanto sono grossi i pesci nelle ceste, c'è da crederci: ai miei piedi giace uno "spaventoso" persico da 25 kg, e gli altri pesano poco meno.

In this picha: Aluru Island

Ci sono anche alcune donne: chi pulisce e fa seccare gli omena, chi cucina qualcosa per il pranzo o da portare al mercato insieme al pesce. E poi, come sempre in Africa, anche qui ci sono dei bambini. Ad Aluru sono belli sporchi, con vestiti consumati, quasi tutti senza scarpe e le manine appiccicose. Tuttavia, ci accolgono con un sorriso travolgente, e in men che non si dica mi ritrovo con quattro manine appiccicoose attaccate alle mie dita, che mi accompagnano per il giro dell'isola. Oggi sono a casa, ma durante la settimana questi bambini devono fare Aluru-Sori e ritorno tutti i giorni, per andare a scuola.

In this picha: a woman cleans omena in front of her "house"

Qualche pescatore, poche donne, alcuni bambini, il censimento è presto fatto. Qualche baracca, niente acqua corrente anche se circondati dall'acqua del lago, niente elettricità, niente. Eppure da un tetto di lamiera spunta un'antenna, hanno tutti il cellulare, e da qualche parte una radio caricata a batteria suona una musica ritmata che ci fa da soundtrack.
Se si sale appena un pò sulla "collina", si trova un bellissimo albero che sembra fare da guardiano ai pescatori, come un vecchio faro, solitario, maestoso e verde. Le due isole che, da Karungu, appaiono subito dietro ad Aluru, si rivelano piccole e lontane. Il lago è del colore del cielo e sembrano fondersi, all'infinito.
Invece di rientrare subito a casa, ci facciamo accompagnare a Sori, al "porto". E' curioso vedere il paese dalla barca, le case e le capanne, giovani che vanno al largo per farsi il bagno lontano da occhi indescreti, ragazze e bambini sulla riva che fanno il bucato, centinaia di metri di reti rese argento dall'omena spazzolato dalle donne, mentre gli uomini dormono il giusto riposo dopo una notte di lavoro.
Di ritorno da Aluru, Sori, con il suo brulicare di umanità e colori, sembra un porto di mare in un giorno di festa.

In this picha, from left:
Stephen, Amanda, Kayla, Angi, Maddalena, Jimmy, Giovanni
& some children in Aluru Island

mercoledì 21 ottobre 2009

Scorci di vita

Di tanto in tanto inserisco i dati delle cartelle cliniche dei nostri pazienti nell'apposito programma in un computer dell'ospedale. Sfogliando tra quelle pagine, entro in punta di piedi nella vita del St. Camillus M. Hospital, e sbircio nella vita della gente di Karungu.
Si scopre così che alcune informazioni essenziali in una biografia in Italia, qui non lo sono affatto. Di nessuno è riportato il numero della carta d'identità. Di nessuno è indicata la data di nascita, e viene registrato con un collettivo 01 gennaio e l'anno di riferimento. Solo alcuni bambini piccoli, se nati in ospedale, sanno quando sono venuti al mondo. Per gli altri, è un giorno perso nella memoria della famiglia. Di nessuno è riportato un indirizzo, seppur postale.
Di ogni paziente, invece, viene meticolosamente segnato il villagge, la sub-location e la location, oltre che il district di appartenenza. Un esempio? Noi ci troviamo a Rabuor (village) Gunga (sub-location), West Karungu (location), Nyatike (district). In molte cartelle è indicato anche il nome del chief locale di riferimento. Di alcuni, ma pochi, viene indicata la religione, che di solito si limita ad alternarsi tra catholic e S.D.A. [Seven Day Adventist = Avventisti del Settimo Giorno] che qui raccoglie numerosi seguaci.
La cartella riporta in alto il nome del paziente, e di seguito se è moglie/marito/figlio di. Maschio o femmina, età, status (single, sposato, vedovo/a). Di fianco, c'è una casella per il NHIF, l'assicurazione sanitaria governativa. Sono ancora pochi ad averla, anche se il numero è in continuo aumento. E, non so perchè, ma essere tesserati sembra essere di buono auspicio.
Di seguito viene riportata la diagnosi, la data di ammissione e quella di dimissione. Oppure quella di morte, se il tempo, nel frattempo, ha messo fine alla sua corsa.
R.I.P. augura la cartella. Rest in Peace.
I casi di ricovero sono differenti, ma soprattutto per tre motivi: malaria, TBC, parto. E poi quella sigla, che fa capolino tra le parole illegibili del medico, come solo i medici sanno renderl illegibili: ISS [Immuno Suppressive Syndrome. Detto con un'altra sigla, AIDS.]

In this picha: cartella di un paziente sieropositivo
Special thanks for this picha: the travel nurse

Entro ed esco silenziosa da questi scorci di vita.
Leggo di Samuel, 50 anni e 40kg, portato via dall'AIDS, come è successo a Griffine, di 6 mesi e mezzo. O a Elisha, di 15 mesi. Però c'è anche Eunice, 25 anni e 49kg, sieropositiva, che dopo 10 giorni è stata dimessa. Eunice 1 - ISS 0. E pazienza se è solo il primo tempo di una lunga partita. C'è anche Tobias, che nonostante l'AIDS ha 70 anni. E l'assicurazione.
Assicurare tutta la famiglia, moglie, marito e numero variabile di figli, per un anno, costa poco meno di 2.000 ksh (meno di 20 €). Per alcuni, la cifra è proibitiva. C'è chi critica questa polizza, perchè copre solo le spese mediche di base. Ma qui può fare la differenza, se ci sono persone come Demis, che lascia un debito di 105 ksh (meno di 1 €) perchè non ha abbastanza denaro. Oppure George, che paga 1.000 ksh in due rate da 800 ksh e 200 ksh.
Le cure di base possono essere un limite, certo, ma a volte sono sufficienti a salvarti la vita. Maxwell, nato la vigilia di Natale dell'anno scorso, grazie al NHIF è stato ricoverato. Dopo 6 giorni di malaria, la sua mamma l'ha riportato a casa. Senza assicurazione, nonostante le tariffe a livello caritativo dell''ospedale, il conto sarebbe stato di 15,300 ksh (150 €). Forse la mamma di Maxwell ci avrebbe pensato due volte prima di ricoverarlo. E pazienza se ha solo 10 mesi.
Anche Pauline, sieropositiva, ha l'assicurazione. E così ha potuto concedersi il "lusso" di stare in ospedale 15 giorni, durante i quali ha avuto un bambino.
Ha rinunciato al suo bimbo, invece, Treeza, 17 anni, mandata al nostro ospedale da un health centre a qualche chilometro da Karungu, dove era stata portata in seguito ad un aborto non andato a buon fine.
Stesso destino per Moline, coetanea di Treeza. Moline risulta sposata. Ma non ha tenuto il bambino che portava in grembo. Al St. Camillus l'hanno accompagnata alcune compagne di scuola, perchè dopo aver abortito si è sentita male in aula. E il marito, chissà.
Anche Everline è molto giovane, 18 anni, è sposata e incinta. Ma suo marito le era accanto, hanno sottoscritto il NHIF, al momento del parto è venuta in ospedale ed è andato tutto bene.
Di storie come queste ce ne sono centinaia. La gente viene dai villaggi vicini, ma anche da alcuni posti lontani come Tonga, Macalder, Muhuru, che distano almeno 45 minuti di macchina. A volte non c'è niente da fare, è una sfida persa contro il tempo, soprattutto contro l'AIDS. Altre volte, invece, l'ospedale è un'ancora di salvataggio. E ogni paziente dimesso, una vittoria grande. Fino alla prossima sfida.

giovedì 15 ottobre 2009

With their own two hands

In this picha: children in B.L. Tezza School
Special thanks for this picha: the travel nurse :)

I can change the world

With my own two hands
Make a better place
With my own two hands
Make a kinder place
With my own two hands
With my own
With my own two hands
I can make peace on earth
With my own two hands
I can clean up the earth
With my own two hands
I can reach out to you
With my own two hands
With my own
With my own two hands

[Ben Harper, With my own two hands]

martedì 13 ottobre 2009

About Steven. And me.

Steven è uno dei ragazzi più grandi del Dala Kiye. I suoi documenti dicono che è nato nel 1991, e quindi ha 18 anni, ma il dubbio che l'anagrafe abbia commesso un errore mi torna ogni volta che lo vedo, perchè non dimostra più di 12 anni. La sua storia un pò assomiglia a quella degli altri ospiti del centro, un pò è speciale.
Orfano di AIDS, è lui stesso sieropositivo. Quando è arrivato al St. Camillus aveva la TBC ed era malnutrito, ma in particolare aveva gravi infezioni alla pelle e una serie di bruttissime lesioni cutanee che lo mettevano molto a disagio e lo rendevano oggetto di scherzi e discrimazione da parte dei suoi coetanei. Le sue precarie condizioni di salute l'avevano inoltre costretto a lasciare la scuola, e questo l'aveva portato a isolarsi ancora di più.
Ho letto in un libro di Erri De Luca che "una quantità di coraggi spuntano da vergogna e sono più tenaci di quelli saliti dalle collere che sono scatti rapidi a sbollire. Invece le vergogne sono di grano duro e non scuociono."
Forse è per questo che Steven ha dimostrato una forza di ricominciare incredibile. Di sicuro, molto hanno fatto le cure personalizzate, la dieta equilibrata e l'attenzione e l'affetto delle foster mother e degli operatori del Dala Kiye. Ma la forza per cambiare ce l'hai tu e nessun altro. E Steven ne ha da vendere.
Le sue condizioni migliorano, la pelle si fa più liscia, spunta il sorriso da bambino che lo contraddistingue, ritorna a scuola, stringe le prime amicizie.
Ma quanto il destino si accanisce, picchia duro, si sa. E Steven un paio di anni fa prende la meningite, che gli rompe la manopola del volume rasente lo zero.
Steven è sordo. In realtà, il medico dice che se gli stai vicino e urli fortissimo qualcosina ina ina da un orecchio sente. Te capirè.
Un nuovo inizio, una nuova sfida. Steven l'anno scorso è stato trasferito a Rongo, in una scuola dove può imparare il linguaggio dei segni. Elizabeth, social worker storica del Dala Kiye, ha imparato alcune semplici frasi per comunicare con lui con le dita. E anche gli altri bambini, dopo lo stupore iniziale, hanno fatto lo stesso. Certo i primi tempi a Rongo sono stati davvero tosti. E quando torna a Karungu, Steven non se ne vuole più andare. Ma un pò alla volta è tornato a sorridere. E a ridere. E ha una risata bellissima.

In this picha: Steven :)

La sua storia è speciale di per sè, ed è speciale per me. Il mio udito non è compromesso come quello di Steven ma è bizzarro, si sintonizza solo su alcune frequenze e delle altre se ne frega. Ho un udito non convenzionale, che ad averlo normale era troppo facile. E come dice chi mi conosce bene, a me le cose facili non piacciono.
Beh, a volte non è facile per niente. Ma ha anche i suoi vantaggi. D
a quando sono diventata un'angibionica [proprio cosi, in un'unica parola] ogni giorno è una sfida e una scoperta. E anche se continuo a sentirmi un pò stupida a volte, quando tutti capiscono meno la sottoscritta, so che sono una privilegiata. Perchè riesco ad emozionarmi al "grillare" dei grilli, perchè sorrido allo squillare del telefono, perchè come un bambino di 3 anni mi scopro a chiedere: cos'è questo suono? e a meravigliarmi della risposta. Perchè ho scoperto che le canzoni di Ben Harper sono più belle di quanto credessi. Perchè la voce dei miei nipotini, bianchi e neri, mi fa impazzire. Perchè posso sentire la risata di Steven. Che di affetto ne ha ricevuto pochissimo in passato, ma adesso sta facendo il pieno. Io dall'amore sono stata sommersa, a cominciare dalla mia famiglia. A volte di amore ne ho ricevuto così tanto che, come dice Lorenzo in una canzone: "e son scappata via perchè da troppo amore, non so respirare." Ma questa è un'altra storia.
Sono fortunata perchè ho dei genitori che mi hanno sostenuta sempre, anche quando non capivano fino in fondo le mie scelte. Perchè ho due fratelli più grandi che, a volte senza saperlo, mi hanno insegnato tanto e le loro famiglie sono un modello. Perchè ho degli amici che sono "l'altra parte di me". Perchè vivo in un posto che mi piace tantissimo, e che mi sta dando molto più di quanto riesca ad offrire. Perchè mi hai insegnato, tra la miriade di cose che mi hai insegnato, a non avere paura di essere se stessi, che si può andare lontano e lontano, ma da se stessi non si scappa.
Perchè non bisogna mai fermarsi.

In this picha: angibionica :)

venerdì 9 ottobre 2009

Chi viene e chi va

Nuove partenze e nuovi arrivi alla missione St. Camillus.
Dopo aver salutato Monica "mzungu foster mother" Adhiambo e Massimo, con cui purtroppo ci siamo solo incrociati per una manciata di giorni, hanno trascorso un paio di settimane con noi Cristina e Giulia [vi aspetto a Karungu, you are welcome!] E domani arrivano i doctor Giovanni e Maddalena, che si fermeranno per una ventina di giorni.
Si fermerà ben più a lungo brother Stephen, camilliano e clinical officer. E per un semestre saranno con noi tre nuovi volontari americani: doctor Jaime, Amanda e Kayla. Karibuni!!
Anche al Dala Kiye è tempo di arrivi. Un mese fa sono stati accolti due nuovi, adorabili, ospiti, raggiungendo quota 60 bambini orfani in AIDS che vivono al centro. Le casette sono ora al completo, e questa famiglia così speciale si arricchisce di due nuove meraviglie. E' con grande piacere che vi presento:




















Alphons :)



















Fidel :)

mercoledì 7 ottobre 2009

Mtoto ni baraka

3

Ogni 3 secondi muore un bambino nel mondo

6

Il numero dei Paesi dell'Unione Africana che nel 2006 ha destinato il 15% del proprio bilancio alla salute, nonostante tutti e 53 i Paesi membri nel 2001 si siano impegnati a farlo

28%

La percentuale di morti infantili legate alla carenza di servizi igienici e acqua potabile

57

I Paesi che secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità hanno scarsità di personale sanitario, 36 dei quali sono in Africa

8,8 milioni

I bambini morti prima di compiere 5 anni nel solo 2008, di cui quasi 2 milioni lo stesso giorno della nascita

"Ogni bambino - a prescindere da dove o da chi sia nato - ha pari diritto e merita pari dignità di vivere. E ciascuno di noi ha la responsabilità di agire."

Tratto da: "La nuova sfida, dire basta alla mortalità infantile"
Rapporto di Save the children, ottobre 2009

In this picha:
alcune mamme alla mobile clinic di Otati Dispensary, dove personale del St. Camillus e un infermiere governativo forniscono assistenza alle donne in gravidanza e vaccinano i bambini sotto i 5 anni

Mtoto ni baraka
Ogni bambino è una benedizione

lunedì 5 ottobre 2009

Mfangano Island

La pioggia minacciava di rovinare la nostra "gita fuori porta" ancora prima di partire, ma pochi chilometri dopo aver salutato il St. Camillus, è tornato il sereno. Passando per Rodi Kopani, in due ore si raggiunge Sindo, cittadina sulle sponde del lago Vittoria, come Karungu, ma decisamente più organizzata. Un saluto ad Alila, che non vedevamo da qualche mese, ed ecco arrivare brother Hans, il fratello marista che ci accompagnerà a Mfangano Island.
A 80 km da Sindo, nel golfo di Winam, Mfangano ospita 50.000 persone, per lo più pescatori e contadini. Le strade non sono asfaltate ma sono in buono stato, nonostante non circolino macchine [o forse proprio per questo]. Ci si muove a piedi, in bici o in moto [boda boda go everywhere!] E, naturalmente, ci si muove con la barca.
La nostra si chiamava Maria, e merita di essere descritta. Bianca, nera e rossa fuori, azzurra e blu dentro, fatta di legno e ferro, soprattutto per i "rinforzi", e a giudicare dalla quantità, deve essere passata più volte sotto le mani del "meccanico delle barche". Ciononostante, sembrava solida, anche se il ragazzo che vicino al motore di tanto in tanto svuotava un vecchio contenitore di plastica con l'acqua che entrava dal fondo non mi dava tanta sicurezza. E invece Our lady star ci ha portati a destinazione, carica di 7 visitors, brother Hans, alcuni ragazzi di Mfangano, i nostri bagagli, qualche chilo di pomodori in un cesto gigante e altre provviste e con una nota politically correct: No smoking, raccomanda la scritta vicino al timoniere.

In this picha: Our lady star - No smoking :)

Il viaggio è durato circa un'oretta, ed è stato bellissimo. Scorrere veloci sul lago, che sembrava davvero un mare, più del solito. Il sole, il vento, qualche gazzetta che ci volava accanto alla ricerca di un pesce per pranzo, l'acqua che ti bagna la faccia [e i piedi, quando entra da sotto, ma è meglio non farci caso].
A Mfangano siamo stati ospitati nella missione di St. Martin: brother Hans è un ottimo padrone di casa, accogliente e sorridente.
Nel pomeriggio, abbiamo fatto una "passeggiata in salita" sul monte Kwitutu [le ultime parole famose: "Cammineremo pochissimo, dove vuoi che vada con quelle scarpe?" Mary, la ragazza di Mfangano che ci accompagna, indossa delle sottilissime infradito di perline. Eppure.] e dopo un'ora e mezza abbiamo raggiunto un bel punto panoramico dal quale si vedeva il lago senza fine e le varie isole e isolotti che circondano Mfangano. Takebreathing.

In this picha: a lake view from Mt. Kwitutu

E' incredibile come la vita si faccia avanti, sempre. Anche qui. Anche dove ci si doveva arrampicare dietro l'angolo trovavi una casa, un campo di grano, ragazzini con le mucche e le capre, anziane con un cesto sopra la testa e a piedi nudi, uomini di ritorno da una giornata al lago con il pesce per la sera. Era così bello che sulla strada del ritorno tra foto e chiacchiere ci siamo presi tardi e l'ultimo tratto abbiamo camminato praticamente al buio, illuminati solo dalla luna piena, che ci faceva da guida nell'unica strada possibile.
Domenica, invece, prima di rientrare ci siamo fermati al mercato di Sena Beach: un mercato piccino picciò, che non offre molta merce, ma in compenso la gente è davvero friendly e il villaggio è tutto da scoprire, con le donne che puliscono e affumicano il pesce da vendere, circondate da decine di bambini.
La pioggia alla fine è arrivata, ma solo a tratti, ed eravamo già in macchina per ritornare a Karungu. E a giudicare da quanto sono secchi i campi della zona, l'acqua è la benvenuta.
Grazie ad Hans e a chi ci accolto a Mfangano. Erokamano!

In this picha, with some people living in the mission,
from left: Andrea, Cristina, Hans, Angi, fr. Julius,

Christine, Giulia, Lauren :)