domenica 27 giugno 2010

Behaviour change is the key to life

In this picha: behaviour change is the key to life

Giovedì con il programma Happen, che si occupa di educazione e prevenzione sull'HIV/AIDS nelle scuole, ho visitato la St. Douglas Weta Primary School di Kendu Bay: 322 alunni, 63 total orphans, 80 OVC (Orphans and Vulnerable Children).
La scuola ha alcune aule di cemento, altre di fango e legno. Per raggiungerla, si lascia la strada principale Kisii - Kisumu e ci si addentra per un sentiero. I bambini indossano una divisa bianca e blu che spicca tra il marrone-grigio delle classi, il verde del prato e il giallo dei campi di grano.
Alla St. Douglas due volontari del programma seguono un gruppo di peer educator: parlano di HIV/AIDS ma anche di educazione sessuale e di pericoli per la salute in generale, in particolare dell'uso di droghe.

In this picha: St. Douglas Weta Primary School - class 1

Il preside ci ha detto che da quando Happen ha coinvolto la scuola nel programma, nel 2008, non ci sono state gravidanze. Considerando che è una scuola primaria e le alunne hanno in media tra i 6 e i 14 anni, direi che è un buon risultato. Quest'anno, a onor del vero, una ragazzina è incinta, ma viene da un'altra scuola.
Le gravidanze tra le giovanissime sono una realtà fin troppo diffusa, soprattutto nel Kenya rurale. La settimana scorsa al St. Camillus M. Hospital in pediatria c'era un bimbo di un anno. La mamma di anni ne aveva 13, ed era incinta del secondo figlio.
Alla St. Douglas volontari e insegnanti hanno avuto un'idea: tappezzare la scuola di messaggi per gli studenti. Eccone alcuni.

In this picha: the main entrance of the school

"Se vieni attaccata, urla aiuto. Fai sapere a genitori e insegnanti dell'accaduto" si legge nel cartello di fronte all'entrata principale. La frase è coraggiosa: non sono rari i casi di ragazzine violentate o molestate a scuola, talvolta dagli stessi insegnanti. O sulla via di casa. Ma di solito non se ne parla, si fa finta di niente e si spera che alla violenza non segua una gravidanza. O che il molestatore non fosse sieropositivo.
Invitare le alunne a parlarne è un segnale forte e, si spera, un deterrente per i malintenzionati.

In this picha: toilette

Sul muro dei bagni delle ragazze, è stato dipinto un messaggio contro l'aborto che, a quanto si legge, può causare: sanguinamento a morte, infertilità, salute cagionevole, rifiuto e stress. Senza entrare nelle implicazioni etiche e morali che un tema delicato come questo comporta, la scuola evidenzia i danni fisici provocati dall'aborto. Naturalmente, il messaggio va letto nel contesto socio-culturale in cui si trova. In Europa l'aborto è una pratica sicura a livello medico, che non danneggia il corpo, ma piuttosto lo spirito.
In Kenya, però, soprattutto nel bush e a 13 anni, non ci si rivolge ad un ginecologo. Le ragazzine spesso chiedono aiuto ad un curatore tradizionale che effettua l'intervento con erbe e intrugli di varia natura, in condizioni igieniche non degne di questo nome e con competenze discutibili.
E' già capitato di accogliere in ospedale ragazzine che avevano tentato la via dell'aborto nel villaggio e poi sono sono state male in classe. Di solito arrivano al St. Camillus accompagnate da una lettera del preside e da alcune compagne. E del padre del bambino, chissà.

In this picha: water tank

"Cambiare il comportamento è la chiave alla vita. Copia i buoni esempi" si legge sul tank dell'acqua. Il preside ci ha detto che hanno scelto questo posto perchè è molto frequentato: tutti gli alunni usano il rubinetto per prendere dell'acqua almeno una volta al giorno.
Va cambiata la testa. Ci sono insegnanti che pensano sia possibile richiedere prestazioni sessuali ad un'alunna per farle passare un esame, mariti che ritengono normale avere non solo più mogli ma anche più donne al di fuori del matrimonio.
Ci sono ragazzine che tacciono per la vergogna. Che vanno a farsi rovinare da un guaritore tradizionale. O che tengono il bambino e lasciano la scuola e la possibilità di avere un futuro. Ci sono bambini che vengono abbandonati dalle madri perchè dopo qualche anno trovano un uomo, che di solito non vuole i figli di un altro. Ne ho letto qualche mese fa sul Nation, il giornale nazionale. Una donna disperata aveva venduto il figlio di 3 anni. Per 3,000 scellini (30 euro).
La strada intrapresa da Happen è lunga è accidentata come quelle del bush keniota, ma vale la pena percorrerla.

video

In this video:
the peer educator group sings a song on HIV/AIDS

martedì 22 giugno 2010

SZG, GAM & friends: Mama Julita

"In this life we cannot do great things.
We can only do small things with great love"
[Blessed Mother Teresa]

SZG = San Zeno Giovani
GAM = Gruppo Amici Missionari
Friends = tutti voi, anche se non vi nomino uno ad uno

San Zeno il generoso. Il mio piccolo paese ha un cuore grande.
Insieme a Laura abbiamo scelto quattro donne e le loro famiglie. L'idea era di poter fare qualcosa per aiutarle, ma andando al di là del semplice assistenzialismo. Volevamo dare loro un'opportunità di riscatto, un incentivo a migliorarsi, una piccola spinta verso un futuro diverso. Per ringraziarvi del vostro prezioso contributo, voglio condividere con voi le loro storie, cominciando da Mama Julita.
Ho conosciuto Mama Julita a dicembre 2008. Aspettava l'ultimo dei suoi tredici figli. Frequentava la clinica prenatale del St. Camillus M. Hospital, ma non aveva l'assicurazione sanitaria. Quel giorno le abbiamo spiegato l'importanza del NHIF (National Hospital Insurance Found), abbiamo compilato i moduli necessari e le abbiamo chiesto di tornare con un documento d'identità e le foto dei bambini, indispensabili per sottoscrivere l'assicurazione. Mama Julita non è tornata la settimana seguente. L'abbiamo rivista a gennaio 2009, quando è venuta a partorire in ospedale. Si è scusata ma la gravidanza era troppo avanti e camminare per gli 8 km che separano la sua casa dalla missione le era diventato impossibile. Nel frattempo, aveva dato alla luce un bellissimo bambino, aveva scoperto di essere sieropositiva, il marito si era dato alla macchia.
Ci abbiamo messo un anno perchè Mama Julita ottenesse una carta d'identità e raccogliesse le foto di tutti i suoi figli, ma finalmente è assicurata. Il marito è tornato a casa, ma è lei la titolare del NHIF, che non si sa mai.
Il primo figlio di Mama Julita si chiama Andrew, ha 24 anni e studia a Mombasa. E' il futuro della famiglia. Se termina gli studi superiori può trovare un buon lavoro ed essere un modello e un sostegno per gli altri fratelli. Per questo, abbiamo deciso di utilizzare parte dei soldi ricevuti per pagare le spese scolastiche annuali di Andrew.
Mama Julita era talmente contenta e sorpresa, che mi ha invitata a pranzo da lei, per farmi conoscere il resto dell'allegra brigata. L'invito era per domenica scorsa. Mama Julita è venuta a prendermi in ospedale e ha fatto bene: io e Jimmy non avremmo mai trovato la casa senza le sue indicazioni.

In this picha: Mama Julita's home

La famiglia vive a Gwassi, in uno spiazzo circondato da campi di grano e una vista spettacolare sul lago Vittoria. Nel compound vivono Mama Julita e prole, la suocera e vari fratelli del marito con le rispettive famiglie, oltre a cani, gatti, galline e due vitellini. La casa di Mama Julita, muri e pavimento di cemento e tetto di legno e paglia, è incredibilmente pulita e fresca, alla faccia dei migliori condizionatori. Ogni famiglia ha una casa per pranzare e dormire, un granaio esterno e un'altra stanza per cucinare.
Per l'occasione, la suocera ci offre il pranzo: quando siamo arrivati, dopo i convenevoli e una pannocchia bollita per antipasto, la nonna è sparita per tornare dopo pochi minuti con uno sguardo orgoglioso e un pollo vivo tra le mani. Più fresco di così.
Mentre i nipoti sgozzano e preparano il pollo per essere cucinato, due tra i pochi della famiglia che parlano un pò di inglese ci spiegano che è un gran giorno per loro: non hanno molti polli a disposizione e ne ammazzano uno ogni due mesi circa.

In this picha: cooking kuku

Mentre il pollo bolle in pentola, in cucina una delle cognate di Mama Julita prepara chapati (simile alla nostra piadina) e ugali (polenta, nella variante bianca e rossa), perchè un pranzo keniota non si può chiamare pranzo se non c'è l'ugali.

In this picha: cooking chapati

Si sa, nella cultura africana il pole pole (piano piano) è uno stile di vita. Ma non ci aspettavamo tre ore di preparativi. Tuttavia, il tempo è volato: abbiamo visitato le altre abitazioni, chiacchierato con i parenti e i vicini venuti a salutare i due giovani mzungu, giocato con gli innumerevoli bambini della famiglia.
Uno dei ragazzi più grandi mi ha chiesto della World Cup e dell'Italia.. Conosceva il nome di tutti i calciatori africani che giocano da noi e voleva sapere cosa fa adesso Paolo Maldini!
Alle quattro del pomeriggio, giusto un paio di minuti prima di svenire dalla fame, il pranzo è servito: kuku (pollo), ugali, chapati, uova sode e pomodori. Da bere, chai (tè+latte) e le nostre bibite.

In this picha: our lunch

E' stato davvero un onore pranzare con Mama Julita e la sua famiglia. Il senso di accoglienza che ci ha avvolti non ha parole. E il sorriso radioso di Mama Julita meritava l'attesa. Prima di partire, ci hanno regalato delle pannocchie e un pesce gigantesco. Oltre a un numero imprecisato di saluti e benedizioni in filo diretto da Gwassi a San Zeno.

In this picha: Mama Julita (with the red shirt)
and her big family


..mentre aspettavamo, i bambini hanno improvvisato un balletto..
SZG, GAM & friends: questo è per voi :)

video

mercoledì 16 giugno 2010

Afro Chic

Perchè una pensa di andare a vivere nel bush e guarire.. E invece no, niente da fare. Che alla febbre del fashion non si scappa.
Ma niente grandi marche o grandi stilisti, a Karungu la signora sarta è piccina picciò come la signora Minù. Solo che invece del cucchiaio come strumento magico ha ago e filo. E una Singer nera rigorosamente a pedali. Wilkista lavora al St. Camillus M. Hospital, in lavanderia. Ma nel tempo libero taglia e cuce. Naturalmente, non è l'unica sarta della zona, anzi, quello dei vestiti è un business che va per la maggiore, nonostante la povertà diffusa. La moda è donna, dalla tundra al polo sud, passando per l'equatore.
Alcune preferiscono Mary, che vive di fronte al Dala Kiye. Saline ha cominciato da poco e si sta ancora impratichendo, ma merita un più per l'impegno. E da poco abbiamo scovato Mama Belinda, in quel di Sori.

In this picha: african materials in Sori

Sori e' anche la nostra principale fonte per il materiale. Si possono trovare bellissime stoffe al mercato, oppure presso i vari negozietti di sartoria disseminati per il villaggio. Capita di trovare qualche chicca dalle nostre sarte di fiducia. Altre volte, facciamo incetta nei mercati di Nairobi o Kisumu o altrove. Quasi tutte le stoffe arrivano dalla Tanzania, ma Karungu è ad un paio d'ore dal confine, e non è inusuale per le sarte andare a prendere il materiale direttamente nel Paese vicino.
Sullo stile ognuna ha le sue idee, chi sceglie modelli più afro e chi prepara un disegno per qualcosa di originale. In generale, con circa 10 € si ha un vestito nuovo e fatto su misura, stoffa e lavoro compresi. Come resistere?
Tra le fashion addicted più fedeli, vanno ricordate Kayla e Amanda. Kayla è ripartita per l'America ai primi di giugno, Amanda ha un volo questa sera. Safari njema, rafiki!
E karibu Liz, la nuova volontaria che si fermerà a Karungu per cinque mesi. Infermiera, americana e... tre abiti all'attivo!

In this picha: Kayla, me, Amanda
[all of us in Wilkista style!]
and our "fashion designer", Wilkista

mercoledì 9 giugno 2010

B for Bionic

Esattamente un anno fa, mi trovavo in Italia. Lara e Flavio si apprestavano a celebrare uno dei miei matrimoni preferiti. Il giorno dopo, andavo a Torino, all'ospedale Martini. I capelli rasati per qualche centimetro sopra l'orecchio destro, una grande e inaspettata calma dopo l'ansia dei mesi precedenti, due persone speciali accanto.
Ricordo il sorriso dell'infermiere che mi è venuto a prendere in stanza, la luce acceccante in sala operatoria, gli occhi rassicuranti del dottor Di Lisi prima di addormentarmi.
Al risveglio ero un pò frastornata, con una benda da cartone animato attorno alla testa, un vago senso di aver intrapreso una strada senza ritorno. Bionica.
I primi giorni un mal di testa che non mi mollava mai. Ma anche il budino al cioccolato dell'ospedale, tanti messaggi e una rosa.
Il venerdì, la dottoressa Consolino, la sua emozione e quell'aggeggino che sarebbe diventato parte integrante di ciò che sono.
I primi mesi la confusione totale, l'incapacità di capire, gli esercizi in riva al mare, i capelli troppo corti, le cover colorate dai miei nipotini e dalle amiche. La disponibilità di Gianluca e Tiziano dell'AB, la pazienza della mia famiglia, la premura nei miei confronti e la curiosità, fino a quando Eric mi ha chiesto quello che tutti volevano sapere: Ma cos'hai lì? A cosa ti serve? E tutti a ringraziare un bambino di 5 anni per averli tolti dall'imbarazzo.
A seguire Karungu, padre Mario e il Guardiano del Faro di Bambarèn, Gino che miagola di continuo, il lago Vittoria che di sera fa un rumore incredibile.
La mia foto nelle tele dell'AB che pubblicizzano l'impianto cocleare. All'ultima visita a Torino ne avevano due in ambulatorio.
Ha ragione U May, il vecchio monaco birmano: "E' la paura che rende ciechi e sordi. La rabbia. L'invidia. La diffidenza. Esiste solo una forza più grande della paura." [L'arte di ascoltare i battiti del cuore, J. P. Sendker]
Qual è quella forza? L'amore, dice U May. E tante grazie.
"Ama il prossimo tuo come te stesso" [Mt 19, 16-19] ci ha detto. Ma si è dimenticato di dirci che la fregatura non era tanto nell'amare l'altro, ma nel voler bene e a se stessi. Perchè se non si ama se stessi, se non ci si vuole bene per primi, non si può amare davvero chi ci sta accanto. Se non ci si rispetta per ciò che si è, non si può chiedere rispetto. Se si nasconde tanta parte di sè, non si può chiedere la verità. Prima si impara ad accettarsi per ciò che siamo, meglio è, per tutti. Qualcuno più in gamba di me l'ha già capito: abbiamo tutti qualcosa di speciale. Chi gli occhi, chi il cuore, chi la testa e chi il cervello. Chi le orecchie. Lui ha i capelli. E, parola mia, anche molto altro.
Dopo un anno, come va? Beh, sono ancora on the road. E portare l'impianto cocleare è come uscire dallo sterrato di Karungu con i suoi cartelli confusi e talvolta indecifrabili e ritrovarsi in un'autostrada con tutte le indicazioni finalmente chiare. Alcune volte, invece, sembra di procedere su una strada in salita con il freno a mano tirato. Vedi la vetta e hai l'impressione che invece di salire, scendi.
Ma fa niente. Ci si ferma. Si molla il freno. E si riparte.
Io non ho [più] paura.

In this picha: Akingi B, my dholuo name
[Akinyi for Born in the morning, B for Bionic]

Visitate il sito:

Advanced Bionics

domenica 6 giugno 2010

One people, with different tongues

"Without language, one cannot talk to people and understand them; one cannot share their hopes and aspirations, grasp their history, appreciate their poetry or savour their songs. I again realized that we were not different people with separate languages; we were one people, with different tongues."

[Nelson Mandela, Long walk to freedom]

Uno dei motivi per cui torno sempre volentieri in Italia, è poter parlare a velocità supersonica in dialetto. Ah ben, ciò. Che sodisfassion. E' a San Zeno che mi accorgo che, dopo oltre due anni d'Africa, resto profondamente italiana, sotto certi aspetti. E uno di questi è la lingua. Perchè quando si va oltre le parole, alcuni significati hanno un valore speciale se detti nel proprio idioma.
Tuttavia, è bello rientrare a Karungu e sentire la gente salutarti sorridente con un: "You are back! Karibu sana!"
Pur essendo ben lontana dal parlare il dholuo [so ancora intrigà co l'inglese], ho imparato l'importanza di usare alcune frasi, soprattutto con i bambini e gli anziani, che spesso conoscono solo poche parole in kiswahili e pressochè nessun vocabolo di inglese, pur essendo entrambe lingue nazionali. Kiswahili ed inglese, infatti, si studiano a scuola, e a Karungu l'istruzione non è un bene per tutti.

Ecco alcune espressioni che ho imparato in questi anni:

Nang'o = Ciao [Come va?]
Idhi Nade? = Come stai?
Adhi Maber = Sto bene
Nyingi Ng'a? = Come ti chiami?
Nyng'a [en]... = Mi chiamo...
Oyawore = Buon giorno
Oimore = Buona sera
Amor Kaneni = Sono felice di vederti
Tich maber = Ottimo lavoro
Erokamano = Grazie
Oriti = Arrivederci

Alcune parole creano fraitendimenti tra gli italofoni:

Ringo = Corsa
Lupo = Pesce
Mondo = Presto

Altre fanno sorridere:

Pio pio = Veloce
Mosh mosh = Piano

Altre ancora sembrano semplici suoni, mentre hanno un significato:

Ah ah = No
Eee = Sì

Tra le frasi più usate, conoscendo il proverbiale african time, ci sono:

Ilewo = Sei in ritardo
Alewo = Sono in ritardo

Ed è sempre utile saper dire:

Ok awinji dholuo = Non capisco il dholuo

Il kiswahili si parla poco a Karungu, ma alcune espressioni sono di uso comune:

Karibu/Karibuni sana = Benvenuto/i
Jambo = Ciao
Habari yako? = Come stai?
Mzuri sana = Sto bene
Jina lako nani? = Come ti chiami?
Jina langu ni... = Mi chiamo...
Asante sana = Grazie
Mzungu = persona bianca
Rafiki = Amico
Mtoto/Watoto = Bambino/i
Pole sana = Mi dispiace
Pole pole = Piano
Haraka haraka = Veloce
Soda baridi = Bibita fresca
Hakuna matata = Nessun problema
Safari njema/Fika salama = Buon viaggio
Lala salama = Buona notte
Kwaheri = Arrivederci

Alcune parole sono la trascrizione in lettere di termini arabi (ad es. safari) altre sono mutuate dall'inglese o, talvolta, dal tedesco, perchè indicano cose che non esistevano in epoca precoloniale:

Picha = Foto [Picture]
Wiki = Settimana [Week]
Shule = Scuola [School - Schule in tedesco]
Hospitali = Ospedale [Hospital]

E anche in kiswahili alcune espressioni possono creare fraintendimenti:

Juu = Su
Si = No [negazione - ad es. Mimi si Mary = Io non sono Mary]
Baraka = Benedizione
Sema = Dimmi

Perciò è bene imparare:

Sisemi kiswahili = Non parlo swahili

E se tutto ciò vi sembra difficile, armatevi di buona pazienza e non scoraggiatevi! Come dice un saggio proverbio:

Haraka haraka, haina baraka!

In this picha: smiling watoto
Special thanks for this picha: il mio papà, Paolo