martedì 19 ottobre 2010

It doesn't make any sense

Scriveva Lauren quasi un anno fa nel suo blog su Karungu: "it doesn’t matter how long I have been here. There are some days that I am just dumbfounded by what I hear and see. Times that I find myself asking “Why is this happening?!” Times when I just want to bang my head against the wall because it doesn’t make any sense."
Non si può morire a 19 anni per una banale complicazione da parto, quando si è sieronegativa e si ha appena dato alla luce un bel bambino che non ricorderà la madre. Fortuna che con lui ci sono i nonni, e una capra gli darà il latte.
Nonostante la campagna di prevenzione stia funzionando, domenica ha partorito l'ennesima ragazzina di 16 anni. Anche lei sieronegativa, e brava che è venuta in ospedale. Solo con la mamma, il padre del bambino chissà dov'era. Ma chissenefrega. Anche in questo caso una complicanza. Il bimbo ha sofferto molto. In un ospedale più attrezzato.. Chissà. Invece è morto stamattina.
Un ragazzo di 19 anni forse morirà. Ha una malattia particolare che si può curare. Per essere sicuri che si tratti di questa specifica patologia serve un esame molto costoso, che la famiglia non si può permettere. E' stato ricoverato la prima volta al St. Camillus quasi un anno fa. E' molto alto, sieronegativo, pesa meno di 50 kg. Ieri l'hanno portato a fare l'esame, perchè è stato trovato un donor. Ma probabilmente è troppo tardi.
Anche Dominic è morto, qualche mese fa. A un anno e mezzo pesava poco più di 4 kg. Era sieropositivo. La mamma fino all'ultimo non voleva fargli fare il test nè sapere il suo stato. Perchè naturalmente se il bimbo è positivo all'HIV lo è anche lei. E preferisce non sapere. Quando in reparto le hanno spiegato che era fondamentale saperlo per poter curare il piccolo che rischiava di morire per malnutrizione e AIDS, la signora ha detto: mi dispiace, ho altri bambini a casa. I primi giorni si rifiutava di allattarlo. Aspettava. Ma Dominic sembrava destinato a farcela. Con i suoi occhi sproporzionati a quella testa e a quel corpicino, guardava tutto e tutti con avidità, come se avesse fame di stare al mondo oltre che di cibo. Con le sue fragili dita si attaccava al lenzuolo del lettino e sembrava che la sua voglia di esserci l'avrebbe salvato. Dopo un breve periodo in ospedale aveva cominciato a stare seduto, la mamma aveva ripreso speranza e si dimostrava più affettuosa, aveva anche deciso di allattarlo di nuovo. E poi, niente. Il buio. A volte non basta desiderare ardentemente una cosa per ottenerla. Non basta attaccarsi al lenzuolo per resistere.
Questa mattina due bambine hanno colorato con i pastelli nel mio ufficio. La mamma mi ha detto che sono a casa da scuola perchè non ha i soldi per la retta. Il marito è morto l'anno scorso e lei con il suo lavoro non ce la fa a coprire tutte le spese, così le bimbe iniziano ogni volta il trimestre fino a quando ci sono i soldi, e poi si vedrà.
Le donne che si rivolgono alla clinica prenatale sono in aumento. Al momento del test dell'HIV, però, spesso si tirano indietro. Non lo vogliono sapere. Oppure dopo il risultato non si fanno più vedere. Perchè se risultano positive, poi lo devono comunicare al marito. Se hanno preso il virus tradendo il proprio compagno, è una tragedia. Se sanno di essere state fedeli, significa che a tradirle è stato lui. Ma è difficile che lui lo ammetta. Più facile che le accusi di essere fredifaghe e le cacci di casa. Gli operatori home based care della missione ne sentono di tutti i colori quando fanno visita a queste signore a casa. L'ospedale offre un servizio gratuito alle donne in gravidanza e, tramite l'assicurazione sanitaria, la possibilità di un parto ospedalizzato. Ma spesso il marito non le vuole accompagnare al momento della nascita. E mica possono farsi chilometri a piedi.
Alla mobile clinic di Otati, dopo tre anni di assistenza alle gestanti, finalmente le future mamme non vedono più il partorire in ospedale come una stravaganza o un lusso ma come un diritto e una necessità. Peccato che Otati sia a circa un'ora di strada impropobile dal St. Camillus, e allora quasi conviene partorire a casa. Con il risultato che dopo essere state seguite durante la gravidanza non è possibile effettuare la profilassi per evitare la trasmissione verticale del virus dell'HIV.
In caso di madre sieropositiva, le linee guida mondiali sconsigliano l'allattamento. In Africa è concesso per i primi sei mesi del nascituro, perchè la famiglia solitamente non ha i soldi per il latte in polvere ed è più probabile che il piccolo muoia in questa fase bevendo l'acqua non salubre usata per preparare il latte artificiale piuttosto che prendere l'AIDS dalla mamma succhiando al seno.
Un ragazzo all'ultimo anno di università viene a trovarmi in ufficio con la mamma per farle da interprete, perchè lei sa solo il dholuo. Siccome parla a voce bassissima e faccio fatica a capirlo, gli chiedo per favore di scrivere quello che mi vuole dire. Impiega almeno cinque minuti per compitare poche righe, ritorna più volte sulle frasi prima di consegnarmi il foglietto e leggendo faccio comunque fatica a capire il messaggio perchè è scritto in un inglese più maccheronico del mio che sono italiana.
Una signora di Otati vive da sola con tre figli avuti da uomini diversi. Il più grande avrà 4 anni. Chiamare casa il posto dove vivono è decisamente eccessivo. E' una delle famiglie più povere che conosco. Sono andata a trovarla e in quella che lei chiama ostentatamente cucina c'erano i tre fratellini soli, sporchi e affamati. Il più piccolo piangeva disperato. Le abbiamo telefonato tramite il cellulare di un vicino. Dove si è cacciata? Quando è arrivata si è scusata, stava lavorando per racimolare qualcosa. Stava aiutando a spalmare il fango sulla capanna di una famiglia, che così si fa i muri. Mi ha detto che i bambini sono sporchi perchè siccome lavora non ha avuto tempo di andare a prendere l'acqua al lago, a una quindicina di chilometri. Le offriamo qualcosa per comprare da mangiare lei ringrazia e replica in dholuo. Chiedo all'amico che mi accompagna di tradurmi ma lui all'inizio si rifiuta. Insisto. Mi dice: ti ha chiesto se le compri un cellulare, così la prossima volta che vieni qui puoi contattarla direttamente e si fa trovare a casa.

giovedì 14 ottobre 2010

Come bambini

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: "Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?" Allora Gesù chiamò a sè un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: "In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli."

[Matteo, 18:1-5]

In Italia una delle domande più comuni è stata: ma quando torni per restare? Quando torni. Più passavano i giorni e anche io mi chiedevo: quando torni. In Africa. Salvo la mia famiglia e pochi amici, non vedevo motivo di tornare per restare. E’ un’Italia che mi appartiene sempre un po’ meno, che si fa sempre un pò più distante.

Per fortuna ci sono i bambini. Uno dei giorni migliori della mia vacanza italiana l’ho trascorso in compagnia dei piccoli alunni della scuola primaria di San Zeno. La maestra Anna mi aveva chiesto di andare a parlare di Karungu e io avevo accettato senza ben sapere cosa avrei detto. Mi chiedevo cosa potevo dire a dei bambini di 7-8 anni a proposito di Africa.

Ho preparato alcune fotografie e mi sono presentata al mio colorato pubblico. Credo di aver parlato per circa cinque minuti, poi c’erano così tante mani alzate che non sapevo da che parte cominciare.

Mi hanno chiesto praticamente qualsiasi cosa, una raffica di curiosità. E di spontaneità. E voglia di sapere.

Dov’è il Kenya? Che lingua parlano? Come si chiamano i bambini? Abbiamo mostrato loro la cartina e spiegato che qui si parla inglese e kiswahili, ma i bambini di Karungu parlano dholuo. Come chi tra voi a casa parla dialetto, ha spiegato la maestra. Si sono interessati quando ho spiegato come si danno i nomi in base al momento della nascita. E quando ho detto loro che il mio nome luo è Akinyi, perché sono nata di mattina, mi hanno chiesto stupiti: sei nata in Africa? No. O forse sì.

Hanno giocattoli? A cosa giocano? Ascoltano la musica? Ce l’hanno la televisione? E l’orologio?? Quasi non ci credevano quando ho detto che i bambini di Karungu i giochi se li fanno da sé, però sono stati contenti di sapere che adorano ballare e cantare e che in alcuni posti c’è la televisione, anche se non in casa perché non c’è la corrente e quindi niente tv ma anche niente videogiochi, niente frigorifero, niente luce la sera. Niente. Quanto all’orologio, ho alzato i polsi: non lo porto più neppure io.

Una foto che ha colpito molto rappresentava un bambino che faceva il bagno in una bacinella di plastica colorata. Come fanno a lavarsi? Hanno l’acqua a casa? La vanno a prendere nel lago?!? Hanno il sapone? E lo shampoo? E l’asciugamano? Sì sì sì sì!

La parte più difficile è stato spiegare che la maggior parte dei bambini di Karungu è orfana di almeno un genitore. Dell’AIDS non abbiamo neanche accennato, era già abbastanza così. Chi cucina a casa? Chi li aiuta con i compiti? Chi li accompagna a scuola? Un bimbo con gli occhiali ha riassunto benissimo la questione con una domanda che taglia come una lama, pur nella sua semplicità. Come fanno senza la mamma? Perché a casa c’è quasi sempre una zia o una sorella maggiore, e un papà o uno zio o i nonni e degli adulti che decidono di prendersi cura di un bambino non loro. Ma la mamma è la mamma.

Dovevo restare qualche minuto e invece quasi non ci siamo accorti della campanella che suonava. L’ultima domanda è stata da parte di una bambina con lunghe trecce che mi si è fatta vicina prima di tornare a casa. Posso abbracciarti? Certo, tesoro. Un bell’abbraccio forte.

martedì 5 ottobre 2010

Karungu@RadioVaticana

Karungu approda in diretta su Radio Vaticana!
Cliccate sul logo per accedere al sito e ascoltare la registrazione del 30 settembre del programma "Magari", condotto dal globetrotter Lucas Duran. La puntata è stata dedicata interamente alla missione camilliana e in particolare alle attività di prevenzione dell'HIV/AIDS nelle scuole. Enjoy!

sabato 25 settembre 2010

Buon viaggio insieme

In this picha: Laura + Davide :)
Grassie for this picha: Antonio&Lisa

Sabato 25 settembre, nella chiesa di San Zeno, un altro membro della mitica classe '82 è convolato a nozze:

congratulazioni a Laura e Davide!

E ora sotto a chi tocca ;)

giovedì 16 settembre 2010

Let's go

In this picha: a bus in Sori awaiting its passengers

suitcase: ready
passport: ready
plane ticket: ready

traveler: much more than ready

no so ti, ma mi, vo casa

see you later ;)

domenica 12 settembre 2010

Missione

Stasera ascoltavo il lago e mi lasciavo portare lontano. Lasciavo che i pensieri fluttuassero liberi tra le sue onde. Due aquile pescatrici spettegolavano sull’albero di tamarindo davanti a casa mia. Il sole, di un arancione com’è solo nei disegni dei bambini e a Karungu, si tuffava dentro il blu del lago, incendiando un cielo coperto di nuvole. Pioverà.
Pensavo alla missione. Pensavo a quante volte si usa questa parola riempiendola di significati non suoi, come se non fosse già ricca abbastanza. Ricca nella sua povertà, nella sua semplicità.
Perché la missione si vive, non si mostra. Missione è restare curiosi come chi arriva in un posto nuovo, è essere capaci di meravigliarsi come i bambini, è mettere l’altro prima di te.
Missione è imparare che ogni giorno è importante, e che ogni persona è un dono. Missione è aprire la testa e il cuore. Missione è guardare con gli occhi di chi mi sta vicino. E’ ascoltare anche quello che non vorrei sentire.
Missione è essere felici di ciò che si fa. E’ essere in pace con se stessi. Perché missione non è necessariamente partire per un Paese lontano, la vera missione è nel tuo quotidiano. E non occorre nemmeno credere in Dio. Però credere, crederci, quello sì.
Missione è spogliarsi e ridursi all’essenziale. Missione è riflettere e saper aspettare. Missione è divertirsi e sentirsi fortunati. Missione è uscire in strada per venire abbracciati.
Missione è sporcarsi fuori e fare pulizia dentro. Missione è arrivare alla sera stanchi ma con lo sguardo contento. Missione è regola e fantasia. Missione è l’amore in ogni sua via.
Missione è che domani si ricomincia, missione è incazzarsi ma non dargliela vinta. Missione è continuare a correre quando ci si vorrebbe fermare, missione è accelerare quando vorresti solo mollare.
Missione è imparare che non sempre si ha ragione e che chiedere scusa è più di una buona azione. Missione è fa niente se ci rimetto io, che poi i miei conti li faccio con Dio.
Missione è che non importa da dove vieni, ma che ora sei qui e a questa gente ci tieni. E chi se ne frega se fai il primario o il netturbino, a volte il lavoro è solo dovuto al destino. Perchè non conta niente in quale scuola e per quanti anni hai studiato, se a casa il rispetto non te l’hanno insegnato.
Missione non sono i soldi ma darsi la mano e vedere le cose cambiare pian piano. Missione è fare un passo verso di te, e ben venga se è chiaro che non sei come me. Perché da chi è diverso si impara anche se costa fatica, e a volte per accettarlo non basta tutta la vita.
Eppure, in questi due anni e mezzo d’Africa ho incontrato persone che hanno fatto davvero della missione una scelta, una decisione che rinnovano giorno dopo giorno. Persone diverse per colore, credo e nazione. Persone che mi hanno insegnato tantissimo, anche se passare dalla teoria alla pratica non è una facile lezione. Persone a cui va il mio grazie, la mia stima e il mio affetto.
S’è alzato il vento. Non pioverà.

mercoledì 1 settembre 2010

SZG, GAM & friends: Mama Beatrice

"I realised I could make between $2 and $5 a day
which is what I needed to feed the children"
[Christina, second hand clothes seller]

Il mercato di Matumba si trova ad Arusha, in Tanzania, e a quanto dicono è il più grande mercato di abiti usati di tutta l'Africa. La vendita di vestiti di seconda mano è un business che va per la maggiore, anche a Karungu.
Leggendo l'articolo di Thembi Mutch sull'edizione aprile-giugno di BBC Focus on Africa, avevo l'impressione di vedere il mercato di Sori.
"Non ci sono tavoli qui. Tutto, dai pantaloni da uomo ai calzoncini per bambini alle camicette da donna, è ammucchiato per terra senza una logica apparente. Per trovare qualcosa devi semplicemente accovacciarti e cominciare a spulciare, in competizione con le altre [...] clienti che sgomitano per contrattare. Occasionalmente qualcosa è su un appendino, ma è raro."Da dove arriva la merce? Scrive Mutch che si possono trovare "abiti smessi dall'Europa, dall'Asia o dagli Stati Uniti. C'è un misto di vestiti che rivenditori specializzati comprano da associazioni caritatevoli nel Regno Unito e da negozi economici negli Stati Uniti. Articoli difettosi arrivano anche dalle industrie della Thailandia, dell'Etiopia e della Cina. [...] C'è un mondo sotterraneo di persone che si occupano di vestiti di seconda mano. Per vestiario si intende qualsiasi cosa dagli abiti da sera vintage alle scarpe, indumenti sportivi, jeans (che sono particolarmente lucrativi in Africa) e magliette. Anche vestiti che sono stati danneggiati da un allagamento o confiscati per bancarotta e messi all'asta nel Regno Unito dopo essere stati recuperati dalle compagnie assicurative. Ancora una volta, questi vestiti finiscono qui. [...] Il mercato globale vale miliardi."

In this picha: Sori Market
Second hand clothes seller

In tutto l'East Africa ci sono mercati di abiti di seconda mano, ma quello di Matumba è particolarmente apprezzato, tanto che ci sono rivenditori dall'Uganda e dal Kenya che si recano in Tanzania per i loro acquisti da rimettere sul mercato a Kampala e Nairobi. La merce arriva in grandi imballi di tela via nave ai porti di Zanzibar o Dar Es Salaam, dove viene smistata e venduta al chilo.
Continua Mucth: "gli affari sono cambiati drammaticamente negli ultimi anni. All'inizio i vestiti erano tanti, di ottima qualità e a poco prezzo. Gli imballi erano suddivisi per genere e dividerli era molto veloce. Oggigiorno gli imballi sono un misto di vestiti di varia tipologia e qualità e suddividerli ti porta via il doppio del tempo. La recessione globale ha finito per influire anche questo tipo di mercato." Azmani, un venditore di Matumba, lamenta: "Vediamo che c'è meno disponibilità di merce e più domanda. Si potrebbe pensare che questo porti ad un aumento dei prezzi, ma noi cerchiamo di incontrare le esigenze dei più poveri, che sono la maggior parte della popolazione. Non possiamo alzare i prezzi perchè non comprerebbero." Nessun problema, invece, nell'indossare vestiti smessi da altri. Le clienti sono di ogni tipo: dalle donne anziane del villaggio alle giovani manager in carriera. Anch'io la settimana scorsa ho comprato un paio di pantaloncini al mercato di Otati: arrivano dagli Stati Uniti e sono di una marca economica, il cartellino li metteva in vendita per 10 dollari. Io li ho pagati 180 ksh, meno di 2 euro. A Boniface, uno dei nostri autisti, è andata anche meglio: per lo stesso prezzo ha acquistato dei pantaloncini praticamente identici, ma della Calvin Klein.

In this picha: Sori Market
Second hand clothes corner

In Africa, a vendere sono soprattutto le donne, forse perchè abituate a gestire le quasi sempre ristrette finanze di famiglia, e perchè da queste parti la vita le porta ad assumersi grosse responsabilità fin da bambine.
Mama Beatrice è una di loro.
Come Julita ed Elizabeth, ho incontrato Beatrice attraverso il programma Hope&Life. Mama Beatrice vive a Rabuor, a pochi minuti a piedi dal St. Camillus M. Hospital, ha 35 anni e due figli, una ragazzina di 13 anni e un ragazzino di 11, nati dal suo matrimonio con Joseph, sposato nel 1992.
Beatrice mi ha raccontato con un sorriso lontano la serenità dei primi anni della sua famiglia. Con il marito vendeva bibite in un chiosco a Sori e tutto procedeva per il meglio, fino al 2005, quando Joseph ha deciso di prendere una seconda moglie, con già un figlio a carico. Ne sarebbero nati altri due.
Il marito ha cominciato ad allontanare Beatrice dal lavoro, per sostituirla con la nuova donna, e così facendo l'ha messa da parte dalla sua vita. Con il tempo è passato a non portarle più il cibo da cucinare: Mama Beatrice era costretta a chiedere alla nuova arrivata di portarle qualcosa per sè e i suoi figli. Joseph è poi diventato intrattabile e violento ed è arrivato a picchiare sia lei sia i bambini.
Due anni dopo le seconde nozze, Mama Beatrice si trovava in ospedale per un controllo e ha visto la sua co-wife recarsi alla clinica per gli antiretrovirali, segno sicuro di sieropositività.
Beatrice si è allarmata e ha pensato bene di parlarne subito con il marito, che però ha negato con veemenza la possibilità che la sua preferita fosse positiva all'HIV/AIDS. Beatrice ha deciso perciò di affrontare la faccenda da sola e si è rivolta al centro VCT del St. Camillus. Il test è risultato positivo. Quando lo ha riferito marito, per fargli sapere il suo stato e per rendere chiaro che non stava mentendo a proposito della seconda moglie, Mama Beatrice non ha ottenuto la reazione sperata. Joseph è diventato soltanto più violento, e l'ha esclusa definitivamente dalla sua vita. Ha minacciato di cacciarla di casa, l'ha offesa pesantemente e ha costretto la seconda moglie a fare lo stesso.

In this picha: Mama Beatrice

Dopo altri due anni di sofferenze, Beatrice decide di tornare dai genitori per farsi aiutare. Ma il padre ha una seconda moglie e nelle difficoltà della madre Beatrice rivive le proprie. I ragazzini erano rimasti a casa, in attesa di raggiungere i nonni. Ma poco tempo dopo, i vicini hanno chiamato Mama Beatrice per farle sapere che i suoi figli non andavano più a scuola ed erano diventati servi della seconda moglie del marito. E' stata la cosidetta goccia che fa traboccare il vaso. Mama Beatrice è tornata immediatamente a Rabuor e si è rivolta ad Hope&Life. Insieme a Teresa, la responsabile del gruppo, si sono recate dal capo locale e hanno denunciato Joseph, che ora non può negarle un posto dove stare e deve provvedere almeno ai propri figli, riammessi a scuola grazie all'intervento della famiglia di lei, che l'aiuta con le tasse scolastiche. L'atmosfera a casa è tesa, l'ho sperimentata io stessa. Quando sono andata a trovarla, lei e i figli sono stati molto accoglienti. Ma quando è arrivato Joseph, è sceso un silenzio imbarazzato così spesso che si poteva quasi toccarlo.
Mama Beatrice ha bisogno di un lavoro. Le abbiamo chiesto cosa sa fare. Ci ha spiegato che sa vendere, e le piace stare in mezzo alla gente, ma non può certo aprire un altro chiosco di bibite e mettersi in competizione con il marito. Così abbiamo pensato ai vestiti usati. Abbiamo dato a Mama Beatrice i soldi per comprare i primi imballi e ora vende abiti di fronte all'ospedale durante la settimana e al mercato di Sori la domenica. Con il ricavato delle prime vendite ha già acquistato nuovi vestiti, e così via. Questo lavoro ha il doppio vantaggio di darle un'opportunità di diventare economicamente indipendente e di tenerla lontana per molte ore al giorno dalla casa che condivide con il marito. Al mercato ha stretto amicizia con le altre venditrici e con i suoi modi si sta creando un bel giro d'affari, seppure ancora molto piccolo. Ma soprattutto, si sta creando una nuova vita. Pole pole, maglietta dopo maglietta.

In this picha: Mama Beatrice and her stall

special thanks for the first two picha: Claudia